Era la fine degli anni ’70 e dalla Francia si diffuse un sound nuovo e sorprendente. L’elettronica la faceva da padrona e le voci erano “trasfigurate” con un marchingegno fino ad allora quasi sconosciuto: il vocoder. Sentire alla radio brani come Future woman, Fils du ciel e On the road again, non rendeva giustizia alla band. I Rockets, questo il nome del gruppo, proponeva un look strabiliante, fatto di teste rasate, tute spaziali e pelle argentata.
Per i loro spettacoli introdussero i laser, il fumo e gli effetti speciali, diventando i pionieri dei concerti moderni, che ancora oggi sfruttano quelle trovate geniali.
Il passato ci racconta che dopo un decennio di grandi successi, qualcosa si ruppe. Trovare nuove idee per stupire la gente diventava sempre più problematico e quel sound tanto innovativo, alla fine era diventato quasi un’abitudine per le orecchie del pubblico.
Così la band si sciolse e quel grande capitale musicale finì nel dimenticatoio.
Qualcuno, tuttavia, non si è mai rassegnato all’oblio e così, piano piano ha raccolto i cocci e ricreato dal nulla il gruppo. L’artefice di questa rinascita è Fabrice Quagliotti.
In occasione dell’uscita dell’album Kaos, gli abbiamo rivolto alcune domande, per (ri)scoprire il gusto antico e moderno dei Rockets.

Fabrice, i Rockets ritornano alla ribalta. E’ pronto Kaos il nuovo disco. Che cosa regalerà al pubblico questo lavoro?
«Sarà un album di spessore e di qualità, che conterrà brani che spazieranno dal clima “Space” al rock. Ma ci sarà ampio spazio anche per la melodia. Si tratta del frutto di 10 anni di lavoro e ne vado particolarmente fiero».

Qual è la filosofia del disco?
«Non è facile parlare di filosofia. Il titolo parla da se… Kaos. In fondo basta guardare il nostro mondo dove sta andando per capire quale sia il disorientamento della gente….è un disco dove ogni brano racconta un pezzettino del quotidiano, nel bene e nel male. Sono 12 brani con altrettanti modi diversi di arrangiare la musica».

Chi ha scritto testi e la musica?
«I testi sono di John Biancale, il nostro cantante canadese. I brani sono miei, ma sono anche il frutto della collaborazione fantastica tra i 4 musicisti. La stesura di ogni singolo pezzo è è la conseguenza di un confronto serrato con John (Biancale ndr)»

Il vostro sound è sempre stato all’avanguardia, c’è stato lo spazio per introdurre qualche innovazione tecnica?
«Innovazioni tecniche ce ne sono tante. Per la composizione ho utilizzato tanti synth analogici mescolati con i synth digitali e le nuove generazioni di virtual. Ovviamente il vocoder non è stato lascito nell’angolo. Per concludere parliamo dei mix, che sono stati fatti prima in digitale poi in analogico».

Ci anticipi la track list?
«Certamente ecco i titoli: We Are All Around; World on Fire; Evolution; Through the Night;
Party Queen (feat. Muciaccia); Crying Alone; Faby’s Back; Shine on Me; Our Rights; Lost in the Rhythm; Heaven 58; Number One»

Già in passato siete usciti con materiale inedito, ma avete avuto difficoltà nella promozione e nella distribuzione. Siete riusciti a trovare qualche soluzione per questi problemi?
«Ho avuto la fortuna di incontrare il mio gemello astrale: l’avvocato Giorgio Tramacere. E’ stato lui a mettermi in contatto con Roby Benvenuto e la Smilax Publishing. In più abbiamo sottoscritto un accordo per la distribuzione mondiale con la Warner. Il lancio partirà con il singolo “Party Queen”, frutto di una bellissima collaborazione con l’amico Pippo Muciaccia, per il quale abbiamo realizzato un videoclip a dir poco eccezionale. Il clip è sta realizzato sotto la regia di Massimo Falsetta con l’inserimento di 2 ballerini d’eccezione: Steve Dancer e Em Lo Mor; senza dimenticare le due belle girls, Flavia Plebani e Sabrina Nicole. Il montaggio e le riprese sono di livello internazionale e sono curati della Majesctic Fim.Diciamo che questa volta si fa sul serio. Abbiamo creato un’equipe veramente al top».

Ci presenti il gruppo che attualmente sta riportando in giro per l’Italia una band che negli anni ’80 faceva impazzire il pubblico.
«Attualmente la band è composta dal sottoscritto che suona le tastiere, da John Biancale voce, Gianluca Martino alla chitarra, Rosaire Riccobono al basso e Eugenio Mori alla batteria».

Quali sono stati i passi di Fabrice Quagliotti per riformare i Rockets?
«Riformare i Rockets? Un parolone. I Rockets non si possono riformare nel senso che, quel che è stato non tornerà mai più per mille motivi. Diciamo che porto avanti il nome Rockets per gratitudine nei confronti di un gruppo che mi ha permesso di arrivare laddove pochi arrivano. Sicuramente è un nome difficile da portare: un fardello, certo, ma anche un grande onore».

Quali sono state le difficoltà e soprattutto hai incontrato qualche opposizione dai vecchi compagni?
«Difficoltà con i vecchi Rockets? Nessuna. Avrei voluto tirare dentro almeno un elemento della band, ma il sogno non si è concretizzato».

Spesso abbiamo sentito dire il passato è passato e non ritorna, ma non ti è mai venuto il desiderio di riportare sullo stesso palco Gerard, Christian, Alain e Claude?
«Ritornare on stage con i vecchi compagni non mi tenta. Mi sento regolarmente con Claude (Lemoine ndr) il quale mi da consigli. Ma sono felice di avere i nuovi compagni: John, Rosaire, Ug e Gianluca. Sono loro i Rockets di oggi».

Dopo la pubblicazione di Kaos, partirete con un tour?
«Il 18 settembre presso il Codice Club di Milano proporremo uno show case di presentazione del disco. La serata è organizzata da NFloris Event. Subito dopo abbiamo intenzione di proporre una serie di live e showcase. Per essere aggiornati potete visitare il sito www.rocketsland.net oppure il profilo Facebook di Fabrice Quagliotti».

A cura di Vincenzo Nicolello

Paolo Dal Lago
"La musica è semplicemente là per parlare di ciò di cui la parola non può parlare. In questo senso, la musica non è del tutto umana", parole di Pascal Quignard che rappresentano perfettamente il suo modo di sentire la musica.