Gli Anthrax sono da sempre un’istituzione per gli amanti del thrash metal. Nonostante alcuni alti e bassi e qualche cambio di formazione che ha per qualche anno destabilizzato lo storico trio dal cognome italico Bello, Benante, Belladonna, la band di Scott Ian e soci non ha mai smesso di essere parte dell’Olimpo del metal, i Big Four, insieme a Metallica, Megadeth e Slayer.

Abbiamo incontrato Joey Belladonna in occasione del concerto degli Anthrax al Live Club di Trezzo sull’Adda, uno delle poche occasioni in Italia in cui ci è concesso di vederli da headliner, e non in occasione di Festival o in apertura di altre band. Il live è parte dell’Among The Kings Tour, un nome che vuole celebrare al contempo l’ultimo lavoro della band, For All Kings, e lo storico album Among The Living, uscito nel 1987 e che quest’anno celebra quindi il trentennale dall’uscita. Con Joey abbiamo parlato del passato, presente e futuro della band e di quanto siano più belli i live nei club rispetto alle grandi adunanze dei festival.

Il tour che vi porta oggi in Italia si chiama Among The Kings, per celebrare i trent’anni dall’uscita di Among The Living e presentare il vostro nuovo album, For All Kings, unendo così presente e passato. Quali pensi che siano gli elementi di continuità tra questi due album e quali invece marcano un’evoluzione?

Ciò che hanno in comune i due album è che sono 100% Anthrax. Qui ora abbiamo un mix di tutto quello che abbiamo fatto. Penso che la band si sia evoluta in modo da avere un mix di diversi sound, noi siamo molto influenzati da altri generi, non siamo mono-dimensionali. Il nuovo album ha un sound molto fresco.

Nel nuovo album la tua voce è forse stata sfruttata ancora meglio rispetto al lavoro precedente della band, Worship Music, in cui le canzoni originariamente erano state scritte per un altro vocalist [Belladonna è rientrato nella band durante la lavorazione di questo album, sostituendo John Bush n.d.r.]. Come sei stato coinvolto questa volta nel processo di produzione dell’album?

Certo, sicuramente questo album mi ha visto molto più coinvolto e mi assomiglia molto di più. Io e Jay Ruston, il produttore, ci siamo presi del tempo da soli per far funzionare le parti vocali dell’album. Mi sono preso il tempo necessario: non si trattava di molto tempo, ma eravamo solo io e il produttore. È stato bello poter tirare fuori le mie idee senza avere tutti intorno. Prima era molto più difficile, con tutti quanti che ti dicevano cosa dovevi fare e come dovevi farlo, che ti fermavano…ora è tutto più tranquillo. Possiamo anche provare cose diverse senza preoccuparci di nulla e questo fa una grande differenza.

E per il futuro? Cosa prevedi per il futuro della band e del metal / thrash metal in generale?

Non saprei…sembra che tutti quanti stiano cercando il modo di rendere la loro musica più vendibile. Tutti si preoccupano di promuovere nuovi album, di trovare nuovi fan, di essere online con tutte quelle cose come Facebook, Instagram… con tutta quella roba vieni quasi distratto da quella che è la musica. Ma noi siamo ancora old school. Badiamo ancora a fare dischi. Ci piace registrare, io amo registrate. Non so cosa ci riserverà il futuro. Pensiamo a YouTube: è incredibile. Poi c’è Spotify e tutta quella roba. Io sono ancora della vecchia scuola però, in “old school mode”.

Parliamo del live: come cambiano i vostri pezzi quando vengono eseguiti dal vivo rispetto alla versione dell’album?

Penso che risultino molto più freschi, l’approccio è molto più strong. Io mi sento molto meglio ora quando canto quelle canzoni, non penso nemmeno a come erano. In un certo senso mi sembrano come nuove, come se fossero tutte parte di un unico grande album. Ora i due album, Among The Living e For All Kings, si fondono insieme come fossero un’unico grande lavoro. Mi sento molto più sicuro oggi, non penso a quale canzone stiamo suonando, se è dell’album nuovo o di uno vecchio, penso solo al live. E poi durante questo tour suoniamo quelle canzoni così tante volte che mano a mano migliorano. Le prime volte ci dicevamo “Wow, è passato un po’ di tempo” ma ora non ci pensi nemmeno più,  è tutto molto più naturale.

Ci sono dei pezzi che ti piace di più suonare dal vivo? E cosa ti piace vedere nel pubblico, quali tipi di reazionI?

Mi piace vedere facce giovani e fresche, ma mi piace in generale osservare le persone, mi guardo sempre intorno per vedere cosa stanno facendo e quali sono le loro emozioni. Mi piace farlo, perché mi fa sentire come se fossi là in mezzo con loro. Non voglio essere la band che tiene le distanze, mi piace essere coinvolto, quella è la parte che preferisco. Non c’è una canzone in particolare che preferisco fare: verso la fine quando ci sono i pezzi più popolari, come Antisocial, tutti fanno headbanging e si scatenano, poi magaricon altri pezzi fanno meno, ma a me piace in ogni caso. Alcune canzoni sono più difficili di altre, come Imitation of Life, l’ultima canzone di Among The Living, è molto veloce e non è una canzone facile da cantare. Ma non ho una vera e propria canzone preferita, sono felice quando le persone sentono le canzoni che vogliono sentire.

Questa volta suonerete in un club anziché nei grandi festival in cui siamo soliti vedervi, come con i Big Four per esempio.

Si, e io preferisco suonare nei piccoli club. Mi piacciono anche le grandi location ma è più difficile interagire con il pubblico, nei piccoli club c’è un rapporto più intimo. Con la mia cover band ho suonato in posti piccolissimi, in piccole stanze in cui letteralmente avevi il pubblico attaccato a te, senza transenne, senza divisioni…io amo i live nelle piccole location.

Recentemente ho visto su YouTube un video in cui si parlava di cosa fare e cosa non fare quando si incontra una rock star, è un video divertente…

Oh si, mi hanno chiesto di farlo, si capisce vero che non è stata una mia idea?

Certo che si. E a proposito di quel video, qual è la cosa più strana che ti è capitata durante un incontro con i fan?

Una volta ho firmato un armadietto, di quelli che si usano a scuola, mi hanno portato l’intera porta.

Patrizia Frattini
Patrizia a.k.a. la Rockcopy. Giornalista e web copywriter, metalhead ma amante anche del rock in ogni sua forma e della buona musica. "Il rock è una mentalità, non un genere musicale strettamente circoscritto. È un modo di fare le cose, di approcciarsi alle cose. Scrivere può essere rock’n’roll." Cit. Lester Bangs