Roger Waters, semplicemente leggendario, regala ad un'Unipol Arena stracolma, tantissimi grandi classici dei Pink Floyd in un live che non è un semplice concerto, ma un trattato filosofico-politico sulla vita e il mondo che ci circonda.

Ieri era il 25 aprile 2018, una data che per noi italiani ha sempre un’importanza del tutto a sè stante e mi viene in mente adesso che ho ascoltato la più lucida ricostruzione artistica e politica degli ultimi 30 anni, forse di più, portata in scena da uno dei pochi (forse l’unico) rimasti che si possa definire artista a tutto tondo: un signore di 75 anni che ha ancora la capacità di creare e dare vita ad un immaginario non solo sonoro, ma anche visivo, che non ha eguali al mondo, sfruttando sì un repertorio unico, ma sapendolo anche contestualizzare come non mai.

Quel signore risponde al nome di Roger Waters ed è probabilmente, ancor oggi, il compositore rock più influente al mondo.

Fisicamente in formissima, maglietta e pantalone neri, Roger accarezza e graffia il suo basso (e successivamente la chitarra) come una bella donna, in una simbiosi che è sia fisica che spirituale, un rapporto completo: coadiuvato da una band straordinaria, in cui spicca Jonathan Wilson (cui tocca il compito ingrato di eseguire le parti vocali di Gilmour sui brani dei Pink Floyd) ci fa immergere, fin dalle prime note di “Breathe”, in un mondo che è il suo, ma che è anche il nostro, in cui la guerra è perennemente alle porte (i rumori di droni ed elicotteri sono una costante per tutto il live) e l’unica speranza per non permettere ai potenti (e la spettrale e minacciosa figura del “maiale” Trump è ben presente nello show) di fare ciò che vogliono di questo pianeta è ribellarsi.

Waters è un capo-popolo, un aedo che canta le sue stesse gesta, capace di risvegliare le coscienze con la sola forza di quattro accordi (“One of these days”, “Us and Them“); viene spesso da domandarsi se noi, il pubblico, la gente, sia alla sua altezza, sia in grado di rispondere a questa chiamata così pressante ed essenziale. Saremo in grado di fare breccia nel muro, non solo metaforico (di nuovo Trump è un pensiero fisso), che ci fa credere di essere ciascuno perfetto e ci ha fatto perdere la capacità di dialogare con gli altri? Waters fa ballare sul palco i bambini bolognesi su “Another brick in the wall“, con delle magliette con su scritto “Resist“.

Questa semplice parola, in un giorno come il 25 aprile, assume ancora maggiore valenza: Resistere. Bisogna resistere, resistere alla violenza, resistere alla manipolazione, resistere alla voglia di chiudersi in se stessi, resistere alla distruzione, morale e fisica, delle nostre città, dei paesaggi e di noi stessi. Resistere all’omologazione. E restare umani, frase che Waters ripete più volte dal palco, prendendola ben più che in prestito da Vittorio Arrigoni, attivista italiano che fu ucciso a Gaza nel 2011 mentre lottava contro quella che definiva “la pulizia etnica effettuata dallo stato di Israele contro i palestinesi”.

Basta un attimo di distrazione e si fa presto a diventare “Pigs“, come quelli da cui dobbiamo guardarci (inquietante la scena di Waters con la maschera da maiale che beve champagne, oscuro e ancora una volta capace di farsi largo nell’immaginario del pubblico), si fa presto a farsi conquistare dai soldi (inevitabile e monolitica “Money” arriva a sferzarci).

Quella di Waters è una corsa a perdifiato, una lezione di vita, un trattato filosofico e politico sottoforma di concerto, che si conclude con l’oscuro manifesto di “Eclipse”:

“Non c’è un lato scuro nella luna, in realtà. Di fatto è tutto oscuro”

Da quella oscurità spunta però l’arcobaleno, che illumina l’Unipol Arena. C’è ancora speranza. Waters ce la dà dopo aver minato le nostre certezze: è lui a mettersi in testa al nostro plotone e a guidare la riscossa, lui a mostrarci che con l’amore, la dolcezza, la comprensione e una buona dose di intelligenza, possiamo uscire da quest’epoca di oscurantismo. Parte “Mother“, siamo noi i suoi bambini, i “bambini” di questo signore, questa leggenda di 75 anni che dedica il brano alla madre scomparsa da tempo e che, novello Diogene di Sinope (non a caso detto il Cinico…e non si negherà a Waters una certa dose di cinismo) canta per due ore una cosa semplicissima, “Cerco l’uomo”. Waters cerca gli uomini, vuole noi, vuole che prendiamo in mano il nostro destino…saremo in grado di farlo o resteremo per sempre “piacevolmente insensibili”?

Lui scende dal palco, viene a stringerci le mani: in fondo, pur essendo un mito, è un uomo, è uno di noi. E’ quello che si è messo davanti alla folla e che ci ha scosso, che ha parato i colpi e anzi li ha restituiti: con poesia, amore, forza.

Roger Waters è l’Arte. Quello che salverà il mondo.

“Breathe, breathe in the air
don’t be afraid to care
leave but don’t leave me
look around, choose your own ground
For long you live and high you fly
and smiles you’ll give and tears you’ll cry
and all your touch and all you see
is all your life will ever be.” (Breathe – Pink Floyd)

ROGER WATERS Setlist @ Unipol Arena (25/04/2018)

Speak to Me / Breathe
One of These Days
Time
Breathe (Reprise)
The Great Gig in the Sky
Welcome to the Machine
Deja Vù
The Last Refugee
Picture That
Wish You Were Here
The Happiest Days of Our Lives
Another Brick in the Wall Part 2
Another Brick in the Wall Part 3

Set 2:

Dogs
Pigs (Three Different Ones)
Money
Us and Them
Smell the Roses
Brain Damage
Eclipse

Encore:

Mother
Comfortably Numb

Alessio Gallorini
Classe 1987. Scrive e ascolta musica fin da quando gli hanno comprato uno stereo e dato un'educazione. Toscano doc, conduce un programma radiofonico tutto "home-made" che non poteva che chiamarsi "L'Appartamento". Laureato in giurisprudenza, ma allergico ai tribunali. Ama la letteratura e tutto ciò che è arte. Finchè non si annoia. Frase del cuore: "Costruire è sapere, è potere rinunciare alla perfezione".