Voglio iniziare questo report raccontandovi qualcosa di personale, diciamo di privato: sono giorni che sono affetto da lombosciatalgia, una cosa dal nome difficile e dall’altrettanto fastidio che in pratica mi provoca dolori alla schiena ogni volta che sto seduto. Parto da qui per raccontarvi che nelle 5 ore di auto (fortunatamente da passeggero) per arrivare a Torino, beh, il pensiero di aver fatto una cavolata è stato abbastanza forte: ho passato buona parte del viaggio con accanto la persona giusta, una di quelle persone che vi permette di stendervi e vi tiene la testa. Quelle persone da tenersi strette. Emotivamente è stato un conforto enorme e, una volta arrivati a Torino, ho capito che non avrei potuto fare scelta più giusta che quella di essere presente a un festival così, che mi era sfuggito nelle edizioni precedenti (e dio solo sa quanto avrei voluto vedere i vari Richard Ashcroft, The Jesus and Mary Chain e tanti altri passati da Torino in questi anni).

L’atmosfera del TOdays, immerso nella Torino periferica, quella Torino capace di recuperare luoghi industriali o post-industriali e renderli spazi in cui fare cultura (basti pensare allo spazio ex-Incet in cui si sono esibiti Mouse on Mars, Coma Cose, Mount Kimbie, Cosmo e tanti altri) è qualcosa di familiare, che ti fa sentire subito a tuo agio, come nel giardino di casa: una dimensione totalmente informale e perfetta per godersi qualsiasi tipo di live, da qualsiasi posizione, poichè la visione del palco principale (allo Spazio211) è perfetta praticamente ovunque.

E così, sono bastate due note di Adam Granduciel e dei suoi The War on Drugs, la prima sera, per farmi dimenticare la fatica del viaggio e trasportarmi in un mondo onirico, fatto di chitarre e highway americane da percorrere col vento nei capelli, in un’atmosfera seventies a cavallo tra Dylan e Springsteen: “A deeper understanding” è il titolo dell’ultimo lavoro della band e “una più profonda consapevolezza” è proprio ciò che ci pervade tutti, come rapiti, mentre ascoltiamo brani come “Pain” o “Nothing to find”, piuttosto che i vecchi successi del precedente “Lost in the dream”, come la sempre magnifica “Red eyes”.

Dal rock all’ambient c’è lo spazio di 1 chilometro, il tempo di spostarsi a ex-Incet per i Mount Kimbie,  nella loro unica data italiana, dove regalano un set avvolgente e minimale, curato in ogni dettaglio.

Siamo entrati nel mondo TOdays, non ci sentiamo più ospiti, ma padroni di casa: Torino è ancora calda e magnifica, senza neppure quel caos tipico delle grandi città in questo fine agosto in cui, adesso, non resta che farsi conquistare dalle sonorità dei Mogwai, “rimpiazzo” (rimpiazzo??) chiamato in tempo record dalla straordinaria organizzazione del festival dopo il forfait improvviso dei My Bloody Valentine, dieci giorni fa.

Stuart Braithwaite e compagni non fanno certo rimpiangere la band di Kevin Shields, anzi, regalano un set oscuro, monolitico, di un’intensità spaventosa, da cui si può solo lasciarsi travolgere come da una ventata improvvisa, una di quelle ventate di fronte al mare burrascoso, come in un quadro di Friedrich, capace di incutere timore e serenità allo stesso tempo.

Questi sono i Mogwai, questo è il post rock, di cui brani come “Coolverine”, “Rano Pano”, “Mogwai fear Satan” sono ormai diventati degli imprescindibili masterpiece.

La serata si era aperte sulle note del piemontesissimo Daniele Celona (è appena uscito il suo nuovo singolo), seguito dal sempre affascinante set di Colapesce (in versione don Urciullo) e da quei Echo & The Bunnymen che non hanno bisogno di presentazioni, essendo delle vere e proprie leggende viventi della new wave.

Chi non si è emozionato su “The killing moon”?

“Su Torino non c’è niente da ridire:è una città magnifica e singolarmente benefica.” ha scritto Friedrich Nietzsche: posso confermare che è vero, che Torino ha fatto bene al mio animo ed al mio fisico, ma niente sarebbe successo senza il TOdays, che si rivela e anzi si conferma come uno dei festival migliori d’Italia, uno dei pochi capace di avere un respiro europeo senza doversi per questo accodare ai nomi delle band di massa.

3 giorni di sold out in tutti gli spazi del festival parlano da soli.  

Il mio, dunque, è solo un arrivederci, seguito da un lungo applauso. Al 2019, TOdays.

Alessio Gallorini
Classe 1987. Scrive e ascolta musica fin da quando gli hanno comprato uno stereo e dato un'educazione. Toscano doc, conduce un programma radiofonico tutto "home-made" che non poteva che chiamarsi "L'Appartamento". Laureato in giurisprudenza, ma allergico ai tribunali. Ama la letteratura e tutto ciò che è arte. Finchè non si annoia. Frase del cuore: "Costruire è sapere, è potere rinunciare alla perfezione".