Il cantautore milanese arriva giovedì a Firenze per presentare il nuovo album "Graziosa Utopia" e ci racconta delle sue conquiste personali, dei suoi demoni e di come sia bello non avere successo.

Quando stai per intervistare uno dei cantautori più ispirati degli ultimi anni, un’icona del rock italiano, un uomo che ammiri, ti sale sempre un po’ di ansia, soprattutto se sai che ha appena scritto un disco bellissimo e pieno di concetti non facili da sviscerare, nascosti nei suoi meravigliosi versi (disco che presenterà giovedì 11 maggio a Firenze, durante il festival Fabbrica Europa), per cui è questo lo stato d’animo con cui mi sono messo al telefono.

Stefano Edda Rampoldi ha risposto, con la semplicità rara che lo contraddistingue, dopo un po’ di squilli:
“Scusami, stavo provando un pezzo degli Esterina e non lo sentivo suonare. Li conosci?”
E così ci mettiamo subito, come fossimo amici da sempre, a parlare di un gruppo lucchese che adoriamo entrambi e che, purtroppo, è meno conosciuto di quanto meriterebbe.
“Senza resa” è il brano che stava suonando: “E’ bellissima, ho suonato un paio di volte con loro, sono bravissimi. Questo pezzo è ispiratissimo, dovrebbero suonarlo al posto dell’Inno di Mameli prima delle partite dell’Italia.
Sai che goduria che senti questo pezzo e poi magari batti la Germania 4 a 0?”.

Stefano, mi aspetto quindi che tu faccia la cover di “Senza resa” degli Esterina giovedì a Firenze.

“Magari fossi così intelligente, in realtà sentendo questo pezzo me ne è venuto un altro, ma dirò a tutti che ho copiato da “Senza resa”. E’ magnifica. La chitarra di questo pezzo quando li ho sentiti in duo era incredibile, vorrei avere la metà di quel sound. Dovrebbero essere primi in classifica.”

Inizio l’intervista chiedendoti come ci si sente a essere punk, nel senso anche di “libero”, nel 2017.

“Si vede che è un karma, io vorrei diventare di successo e vendermi al miglior offerente ma si vede che non interessa e quindi vado avanti per la mia strada. A qualcuno piace e quindi va bene così, rimango puro.”

Tu sei la prova che si può uscire vivi e ispirati dagli anni ’90. Quanto sei cambiato dagli anni con i Ritmo Tribale?

Tantissimo, ma questo Stefano non ci sarebbe se non ci fossero stati gli anni con i Ritmo Tribale. I musicisti con cui suono adesso son molto diversi da quelli con cui suonavo prima, ma tutto serve e tutto ha avuto un senso ed è stato bene farlo. I Ritmo Tribale son stati un grande gruppo ma adesso vado avanti con Luca (Bossi) e Fabio (Capalbo), due musicisti diversi e bravissimi. Sono contento così.”

A proposito degli arrangiamenti dei pezzi, ho letto che li hai portati a Luca e Fabio chitarra e voce e poi hai sentito solo il risultato a disco praticamente finito.

“Sì, io non sono capace di arrangiare, io porto i pezzi chitarra e voce e poi dò loro l’ok, il semaforo verde, quando loro prendono la strada giusta sull’arrangiamento, ma altro non faccio.”

Per quanto riguarda i singoli pezzi, ho trovato che uno dei fili conduttori dei brani sia il sesso, la sfera sessuale e sensuale, vista anche un po’ come una specie di “lato oscuro”: penso a “Signora”, “Zigulì”…

“Sì, mi ricordo che Paolo Poli, l’attore teatrale, diceva che il 900 avrebbe dovuto essere il secolo del sesso e poi non lo è stato. Chissà cosa è successo. Io penso, anzi mi è stato detto, che il sesso sia il motivo per cui ci reincarniamo vita dopo vita, per cui è la catena che ci tiene maggiormente legati. Quel famoso detto “tira più un pelo di figa che un carro di buoi” sembra una banalità ma nemmeno Kant credo sia riuscito a dire una cosa tanto illuminante, perchè noi ci perdiamo in elucubrazioni spirituali ma alla base ci sono catene forti che ci trattengono e il sesso è la più forte di esse. Io credo che il sesso sia la cosa che ci spinge, il bisogno primordiale.”

“Per dire anche Walter Renzi, chiamiamolo Walter, non Matteo, si alza al mattino e pensa a tutt’altro che al sesso, sembra sia spinto magari dal potere o da altro, ma poi se andiamo a vedere bene è tutto riconducibile a una forza primordiale e quella forza io la identifico col sesso, che poi si invelenisce e prende altre forme.
Si rimane prigionieri della propria concezione del corpo e quando questo accade non si può non finire condizionati dal sesso. E’ un veleno che prendiamo a dosi massicce fin da bambini, è pericoloso identificarsi col corpo e lo dico essendone schiavo, però almeno non vado a rompere i coglioni agli altri con il mio essere un morto di figa.”

Dici che sei schiavo del corpo ma poi scrivi pezzi quasi tutti voltati al femminile.

“Sì perchè come alternativa al corpo vedo l’anima, l’uno è maschile, l’altra femminile. Vedo meglio su di me la parte femminile, è una mia aspirazione poter essere un’anima libera, anche se so di non esserlo; però so di avercela l’anima quindi cerco di allenarla e grazie a quella fare una fine migliore, senza pensare troppo al corpo. Per dire ho un ricordo dell’avvocato Agnelli, l’icona dell’uomo di successo, in una foto poco prima di morire in cui appariva vecchissimo, il che è paradossale perchè non me lo ricorderò come l’uomo di successo ma solo come un anziano: sappiamo tutti che fine faremo, ma nessuno vive in funzione di quello, viviamo come se ci giocassimo tutto in questa vita e poi moriamo e le cose perdono assolutamente di senso, la ricchezza, il successo, tutto e ti rendi conto solo che hai vissuto da coglione. Essere un premio Nobel non ti serve al momento della morte. Io so cosa serve ma non ho voglia di dirlo, vado su un’altra strada.”

Ho letto che appartieni al movimento Hare Krishna, è sui suoi principi che si basa ciò di cui mi stai accennando adesso. Come ti sei avvicinato a questa visione?

“Sì, mi sono avvicinato intorno ai 20 anni per caso, ascoltando Radio Krishna Centrale, di cui non conoscevo l’esistenza, e sono rimasto catturato, un po’ come dal pezzo degli Esterina di cui parlavamo prima. Ero pronto per essere colpito dal messaggio di Krishna, vibravamo sulla stessa frequenza.
Poi ho cercato anche di trasmettere il messaggio ai miei amici, ma io dopo 30 anni sono ancora qui a parlare di Krishna e penso che a loro non possa fregare di meno. E niente, vado avanti per la mia strada, pur essendo un pessimo devoto di Krishna cerco di fare qualcosa in cui credo.

Cosa pensi di te stesso? In un paio di pezzi, “Picchiami” e “Brunello”, ho letto una vena di masochismo.

Io mi faccio abbastanza schifo, lo ammetto. Ho fatto tutta una vita per cercare di piacermi ma guardandomi allo specchio ho sempre visto una persona peggiore di quella che in realtà non sono. Mi vedo peggio di ciò che sono non solo a livello fisico, ma anche da quello delle abilità, fin da ragazzino mi sono sempre visto meno bravo a scuola, incapace magari di suonare come volevo e così’ via, mi porto dietro questo peso, ma adesso che ho 54 anni, pur sentendomi sempre così, me ne fotto e cerco di fare buon viso a cattivo gioco cercando di migliorare sempre. Poi nel caso me la gioco meglio nella prossima reincarnazione.”

A proposito di prossime vite, in “La liberazione” dici: “Figlio del mio preservativo, sei solo un ladro di speranza.” Se avessi un figlio che cosa gli diresti?

Intanto gli chiederei scusa per averlo messo in questa prigione che è il corpo, il mondo. Poi cercherei di dargli i mezzi per uscire da questa prigione, parlandogli di Krishna dalla mattina alla sera, il che lo porterebbe ad ammazzarmi all’età di 12 anni, immagino. Dal mio punto di vista però è la cosa migliore che potrei fare, ma non ho fatto figli perchè non avrei saputo crescerli con l’esempio, non sarei stato un grande esempio.

E la musica sarebbe una possibile forma di liberazione per un figlio? Per uscire dalla prigione di questo mondo?

“Mah, difficile da dire: se poi avesse successo questo non gli permetterebbe più di avere una visione libera, quando diventi famoso è difficile mantenersi puro. A volte quando le cose vanno male vanno meglio.

Quindi ti senti fortunato a non essere una star della musica?

Quando canto “ho la fortuna di non valere niente” è perchè lo penso: se avessi raggiunto il successo non so che fine avrei fatto. Io comunque spero di avere successo eh, ancora ci credo!”

Comunque il tuo zoccolo duro di fan te lo sei conquistato e il tour sta andando bene.

“Sì sì, il fatto di aver scritto un altro disco, di stare suonando in giro e di averne già pronto praticamente un altro mi fa ben sperare.”

Il disco nuovo, domanda d’obbligo ormai, si discosterà da “Graziosa Utopia”?

“No, penso che farò una doppietta, anche perchè i pezzi sono nati nello stesso periodo, avrò gli stessi straordinari compagni di viaggio, Luca e Fabio, che mi daranno la consueta fantastica mano, per cui non si discosterà da “Graziosa Utopia”.

Quella di virare maggiormente dal rock al cantautorato è stata una scelta naturale?

“Non ho fatto nessuna virata di proposito, erano canzoni partorite allo stesso modo anche quelle di “Quando mi ammazzerai”, cambia solo un po’ l’arrangiamento, ma se te le canto con la chitarra acustica non percepisci che vengono da due lavori diversi, non cambia molto solo il vestito. Mi piace però questo vestito più pop di “Graziosa Utopia”.

Hai già pensato magari di portare in giro i pezzi chitarra e voce, così come sono nate?

“Sì sì, potrebbe accadere, anzi me lo hanno proposto e credo che farò alcune date da solo chitarra e voce.