Un anno fa Chiara Dello Iacovo si stava preparando per salire sul palco di Sanremo Giovani 2016. Oggi, invece, si prepara a al tour “Uscita d’emergenza” (qui tutte le date previste), parte di un percorso che l’ha portata a riapproriarsi del piacere di suonare e di salire sul palco, mentre è già al lavoro sul suo nuovo album. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lei per conoscerla meglio e sapere qualcosa di più sul tour e sul suo nuovo lavoro.

Parliamo del tour “Uscita d’emergenza”, iniziato con una anteprima il 22 dicembre e che ora continua dal 19 gennaio in poi. Come mai hai scelto di chiamare il tour “Uscita d’emergenza”?

Tutto è nato da un collegamento di idee casuale che però poi si è rilevato totalmente inerente all’intenzione del tour. Negli ultimi mesi stavo tenendo una sorta di diario poetico su Instagram (questo il link al suo profilo n.d.r.) in cui pubblicavo una foto e scrivevo due o quattro righe in versi. Prima di presentare il tour avevo scritto dei versi che si concludevano con “Clandestini state all’erta vi sto per mostrare l’uscita di emergenza”.

Questo tour è nato per un’esigenza personale, da un punto di vista discografico non c’era la necessita di farlo. Io ho affrontato questi due anni in cui sono stata, anche per mia volontà, proiettata nel mondo della musica in un modo legato a un forte senso del dovere, avevo completamente anestetizzato il mio senso del piacere, quello che ti porta a sentire questo lavoro e non a doverlo fare perché sei su un binario e devi seguirlo. Avevo bisogno di uscire da quello schema, di capire se e perché volessi fare questo lavoro, se e perché avessi bisogno di stare su un palco. È l’inizio di una terra che davvero per me stava dall’altra parte di una porta e vorrei poter trascinare con me tutte le persone che mi seguono. Questo live in cui siamo in trio e in cui quindi abbiamo riarrangiato tutti i pezzi è stato uno stimolo pazzesco, abbiamo ritrovato l’anima di alcuni brani che non avevo mai percepito in questo modo. Adesso ho voglia di suonare tutte le canzoni. Questa fase di sperimentazione, questo sentirsi esente dal senso del giudizio e delle aspettative io non lo avevo mai sperimentato.

Hai curato questo tour non soltanto dal punto di vista musicale ma anche occupandoti dei costumi e delle illustrazioni. È anche questo parte del percorso che ci hai descritto?

Si, se fosse dipeso solo da me, se non avessi fatto Sanremo e quindi avessi poi dovuto far uscire l’album con in copertina la mia faccia, lo avrei già fatto con il primo disco. Io disegno tanto, anche quando scrivo lavoro tanto per immagini, la mia è una scrittura molto inconscia, raramente scrivo in modo razionale. Quindi quando mi hanno detto “Perché non fai tu le locandine?” ho accettato subito e grazie a quello ho capito come volevo poi che fosse il palco. È tutto un fare altro per arrivare poi al punto dove vuoi arrivare, come quando cerchi la felicità: se la cerchi non la troverai mai, se invece fai altro per sbaglio a un certo punto potresti trovare anche la felicità.

Nelle tue performance c’è sempre anche una forte componente teatrale, che sembra ti venga davvero naturale.

Si, quella c’è sempre, più che teatro è teatralità, non mi sento il diritto di arrogarmi compentenze teatrali vere e proprie, si tratta più di un approccio. E a proposito di quello che mi viene naturale: una cosa importante di questo spettacolo è che tutto quello che succede lo abbiamo studiato perché risulti il più naturale possibile, non volevo più sentirmi costretta a fare nulla. Credo che tutto sia partito un po’ dal balletto di Introverso, che era nato per gioco e poi mi sono portata dietro ad ogni esibizione.

A proposito di Sanremo, a cui hai già accennato, siamo a due passi da Sanremo 2017. So che quest’anno hai scelto di non partecipare tra i big a Sanremo, giusto?

Assolutamente. Non mi sento e non sono un big. L’anno scorso prendevo in giro i finti big e quindi per coerenza ora non posso fare proprio la stessa cosa. E poi non avrei avuto niente da dare, qualsiasi persona creativa ha bisogno di tempi di recupero. Trovo assurdo che questa industria sia basata sul consumo fino a esaurimento, tanto poi una volta che si è esaurito un filone c’è subito il prossimo. Io non voglio dipendere da questo.

Quali spazi pensi ci possano essere in Italia per gli artisti indipendenti?

Non lo so, è una domanda che mi faccio spesso. In Italia manca proprio una cultura all’esplorazione musicale.

In questo senso l’esposizione mediatica può forse aiutare.

Ma ormai non funziona più nemmeno quella, si richia di diventare solo il fenomeno del momento che per qualche mese è su tutti gli schermi. E poi il pubblico che guarda Sanremo non è quello che viene ai concerti, si sta creando porprio una divisione netta.

Parliamo invece del tuo nuovo lavoro: so che stai preparando il tuo nuovo album. Ci puoi dare qualche anticipazione?

Stiamo facendo un po’ di esperimenti per capire quale taglio dare. Per la prima volta mi sto interessando al sound, mentre prima mi concentravo su parole e melodia. Frequentando la scena musicale e incontrando altri artisti invece ho provato un sano shock, è stata la cosa più bella dell’ultimo anno. Stiamo lavorando sul carattere dell’album. Credo che l’immagine di me che è emersa all’esterno sia molto più…da angioletto o comunque più bidimensionale di quello che sono in realtà. In questo nuovo lavoro vorrei mettermi più a fuoco. Ho già scritto tutte le canzoni e ora siamo al lavoro su questi aspetti.

Prima accennavi all’incontro con altri artisti, quali sono quelli che ti hanno colpito di più?

L’ultimo in ordine di tempo, che mi ha sconvolto quando l’ho visto sul palco, è stato Francesco Motta, che non conoscevo bene fino a quando mi ha “soffiato” il Premio Tenco. Poi abbiamo suonato insieme al MEI di Faenza, l’ho visto esibirsi dal vivo e me ne sono totalmente innamorata. Io arrivo da due anni molto razionali, sebbene io non sia una persona razionale mi sono convinta di esserlo, forse per riuscire a passare attraverso a una serie di esperienze che se affrontate con un approccio troppo emotivo mi avrebbero distrutto. Attraversavo un periodo di crisi totale quando ho visto il live di Motta. Quando l’ho visto approcciarsi al palco in modo così animalesco è stata una illuminazione, mi sono detta: “Cazzo, ma io ce l’ho quella roba lì, dove è andata a finire?”.

È come quando ti innamori o scopri qualcuno in modo profondo e scopri così dei lati di te.

Un’altra artista che ho conosciuto circa un anno fa è Mimosa. L’ho vista per la prima volta a Roma in un live tastiera e voce. Sono rimasta molto colpita dagli approcci istintuali con gli strumenti. Si è esibita con una rabbia e un’intensità che mi hanno interessato tanto. Ho anche pensato “Guarda come si porta bene quella sua femminilità, come se la gestisce con fierezza”, che è un’altra delle cose che sto cercando di scoprire in me stessa.

Sono da non perdere quindi le prossime date del tour “Uscita d’emergenza”, per avere l’opportunità di scoprire sempre di più su questa giovane artista. Ecco le date del tour.

Chiara Dello Iacovo

Grazie a Pamela Rovaris per il supporto durante la lavorazione dell’intervista.

Patrizia Frattini
Patrizia a.k.a. la Rockcopy. Giornalista e web copywriter, metalhead ma amante anche del rock in ogni sua forma e della buona musica. "Il rock è una mentalità, non un genere musicale strettamente circoscritto. È un modo di fare le cose, di approcciarsi alle cose. Scrivere può essere rock’n’roll." Cit. Lester Bangs