Ben Harper
Pop Rock, Internazionale
Inserito da Paolo 04/01/2008
Molte biografie di musicisti, di solito, iniziano sottolineando la casualità di episodi e situazioni che li hanno introdotti nel mondo discografico. Diverso è il caso di Ben Harper. Il suo è stato quasi un mandato, un incarico a perpetuare nel mondo contemporaneo l'inno alla vita che aveva iniziato a celebrare Bob Marley, ma anche ad attribuire ai versi cantati l'autorevolezza e la sensibilità poetica di un Bob Dylan.
Nasce nel 1969 a Clermont, California, 80 chilometri a est di Los Angeles, nei pressi del deserto, in una famiglia di origini indiane e lituane che si occupa di musica da tre generazioni: nonno liutaio, nonna chitarrista, padre percussionista, madre cantante e chitarrista. Non semplici appassionati, ma professionisti, profondamente innamorati del proprio lavoro che inevitabilmente riversano la loro passione nel piccolo Harper. E questi, fin da bambino, dimostra notevoli capacità nel suonare la chitarra acustica. Grazie al nonno liutaio, conosce la Weissenborn, un modello slide che risale agli anni Venti. "Credo nel suono acustico delle prime chitarre. E' il rapporto fisico con lo strumento, ma è anche lo spirito della chitarra acustica: ovvero le radici di gran parte della musica americana. La mia musica nasce così, non è una versione unplugged di qualcos'altro: perché acustico ed elettrico, come del resto slide e chitarra nor...
Molte biografie di musicisti, di solito, iniziano sottolineando la casualità di episodi e situazioni che li hanno introdotti nel mondo discografico. Diverso è il caso di Ben Harper. Il suo è stato quasi un mandato, un incarico a perpetuare nel mondo contemporaneo l'inno alla vita che aveva iniziato a celebrare Bob Marley, ma anche ad attribuire ai versi cantati l'autorevolezza e la sensibilità poetica di un Bob Dylan.
Nasce nel 1969 a Clermont, California, 80 chilometri a est di Los Angeles, nei pressi del deserto, in una famiglia di origini indiane e lituane che si occupa di musica da tre generazioni: nonno liutaio, nonna chitarrista, padre percussionista, madre cantante e chitarrista. Non semplici appassionati, ma professionisti, profondamente innamorati del proprio lavoro che inevitabilmente riversano la loro passione nel piccolo Harper. E questi, fin da bambino, dimostra notevoli capacità nel suonare la chitarra acustica. Grazie al nonno liutaio, conosce la Weissenborn, un modello slide che risale agli anni Venti. "Credo nel suono acustico delle prime chitarre. E' il rapporto fisico con lo strumento, ma è anche lo spirito della chitarra acustica: ovvero le radici di gran parte della musica americana. La mia musica nasce così, non è una versione unplugged di qualcos'altro: perché acustico ed elettrico, come del resto slide e chitarra normale, sono linguaggi completamente differenti".
Quando si esibisce in pubblicò per la prima volta a 12 anni, Harper si dimostra un enfant prodige. Non solo come virtuoso della sei corde, ma per le influenze musicali, notevoli per un bambino di quell'età: da Ry Cooder a Bob Dylan, da Edith Piaf a Sam Cook, da Robert Johnson a Jimmie Rodgers, più tantissimi altri musicisti rock, jazz, blues, soul, funk e così via.
Più che eclettico, Harper è onnivoro. Nonostante sia afro americano, non compone semplicemente una musica di colore black. Sicuramente è consapevole dell'importanza della tradizione musicale afro americana che gli scorre nel sangue, ma è molto più consapevole che ciò che esprime fa parte di un'evoluzione che affonda le radici nel jazz, nel blues e nel rap, arrivando fino al rock e le sue ramificazioni moderne. Harper ha sempre ribadito: "Quando scrivo e canto le mie canzoni, non penso a nessuna differenza fra pubblico bianco e nero. Credo solo nei colori". Una convinzione che lo induce a superare gli steccati tra generi e ad assaporare sempre nuove sonorità.
Ma oltre alle notevoli capacità tecniche, Harper dimostra di avere anche una missione. Rifiutando di essere etichettato in un genere e di cedere al consumismo, alla commercializzazione e alla propaganda politica, il musicista californiano crede nell'umanità e nei suoi valori. Nella pace e nella riunificazione dei popoli. "Le Chiese sono la separazione, ma musulmani, cristiani, ebrei, buddisti cercano tutti lo stesso Dio e Dio non divide nessuno, unisce solamente. La separazione ha a che fare con il razzismo". Guardandosi attorno, allora, vuole esortare tutti i popoli, di diverso colore e razza, al cambiamento. Harper è continuamente alla ricerca di nuove risposte. Ricerca qualcosa che lo porti a cambiare le risposte avute in precedenza.
Nella sua prima missione del 1994, in Welcome To The Cruel World, cerca di far capire che nonostante tutti i difetti, "questo mondo crudele" rimane sempre la nostra Casa. Tecnicamente, il disco incanta per quella sua abilità nell'assorbire differenti e contrastanti generi musicali in un solo, emozionante disegno. A sorprendere sono anche i testi, che svelano l'integrità morale di un cantautore alla Dylan e alla Mitchell. All'epoca, la versione al maschile di Tracy Chapman. Ma anche un profeta della pace nel mondo, come Bob Marley. Che con l'altro Bob, Dylan, è forse l'artista che ancora oggi spiritualmente gli è più vicino. La lucida analisi della realtà di Dylan e la celebrazione dell'ottimismo dell'artista giamaicano convivono nelle canzoni di Harper. E proprio lo spirito di Marley serpeggia sinceramente e in maniera più incisiva nel secondo lavoro del 1995, dall'inequivocabile titolo di Fight Your Mind. E' una raccolta di ballate acustiche ipnotiche, dalle atmosfere e contaminazioni soul e blues. Oltre a "Excuse Me", c'è la meravigliosa "Power Of The Gospel", brano di musica da camera con arrangiamento d'archi che irretisce fin dal primo ascolto.
Nel terzo lavoro, The Will To Live, Harper si avvicina come mai in precedenza all'universo di Bob Dylan. Ma solo da un punto di vista prettamente musicale. Nei testi, infatti, Harper non si discosta da ciò che aveva celebrato e cantato nei primi due album. Aumenta, però, lo spettro delle influenze: dal blues rock dei Led Zeppelin a certe ballate stile Cat Stevens e al soul "carnale" di Al Green. La struggente "Jah Work" è forse la traccia che meglio esemplifica questo nuovo corso.
Nel 1999 arriva Burn To Shine, il disco che più lo ricongiunge alla tradizione nera che gli scorre nel sangue. Non solo Bob Marley, ma anche Jimi Hendrix e influenze black che vanno dai canti religiosi al soul danno corpo al sound. E addirittura lo swing degli anni Venti affiora in "Suzie Blue".
Lo stesso universo sonoro, denso ed emozionante, viene riproposto nelle esibizioni dal vivo, in cui Harper si fa accompagnare dal solito esperto gruppo, The Innocent Criminals, guidato dal bassista Juan A. Nelson e dal batterista Oliver Charles. Nel repertorio live, sono presenti anche preziose cover, come "Sexual Healing" di Marvin Gaye, "The Drugs Don't Work" dei Verve e "Whole Lotta Love" dei Led Zeppelin, che verranno poi incluse nel suo unico album doppio dal vivo, Live From Mars, del 2001, con una facciata acustica e un'altra elettrica.
Nel 2003 Harper pubblica il suo quinto album in studio, Diamonds On The Inside . La sua missione di stimolare risposte è stata necessaria. Come artista, ma anche come cittadino di quella America colpita nel cuore dei valori e della civiltà e che vive i giorni più difficili della sua esistenza. Il messaggio è allora una invocazione ai popoli della Terra, che possano trovare la forza e la luce che deve risplendere come diamante per andare avanti. Album riflessivo, ma forse come non mai in precedenza pieno di vita, speranza, ottimismo, Diamonds On The Inside è forse il suo lavoro migliore per ricercatezza sonora-stilistica e profondità delle liriche. Le sue ballate acustiche vanno dritto al cuore anche grazie a liriche intensissime e delicate, piene di ottimismo e speranza. A cominciare dal primo singolo estratto, omaggio a Bob Marley, "With My Own Two Hands". E a esaltare quella forza interiore che deve risplendere come un diamante, non solo recupera suoni e versi di reminiscenza dylaniana nella title track ma anche il gospel in "When it's Good" e i cori dei padri africani della preghiera "Picture Of A Jesus", in cui si sente l'influenza di Paul Simon così come in "Blessed to Be Witness". Mentre l'acustica "Amen Omen" deve qualcosa a certe ballate dei Rolling Stones. E ancora sonorità della Motown in "Bring The Funk" e "Brown Eyed Blues". Addirittura il Lenny Kravitz degli inizi rivive in "Touch From Your Lust". Insomma, un universo emozionante che rapisce immediatamente anche per la voce di Harper, duttile, attenta a varie tonalità e alle sfumature. Nella sue corde vocali tutti i lampi e il dolore della lotta per un mondo dove regni l'armonia e l'amore. Nell'ultimo brano, "She's Only Happy In the Sun", ".Every Time I Hear You Laughing It Makes Me Cry...": si vivono giorni così poco felici che un sorriso sereno può addirittura provocare un pianto liberatorio.
Dall'incontro con i Blind Boys Of Alabama (un collettivo di cantanti ultraottantenni, non vedenti e pieni d'arcana energia creativa) nasce There Will Be A Light (2004), miglior album di Harper dai tempi di Fight For Your Mind. "Take My Hand" parte subito vibrante: percussioni, liquide tastiere, chitarra con effetto wah-wah. L'atmosfera è intrisa di misticismo. In un attimo la calda voce di Harper scalda la stanza, seguita a ruota dall'entrata dei Boys, a sottolineare alcuni passaggi chiave del refrain. Splendido il finale in cui la voce tenorile di uno di loro rimane in solitudine a chiudere il pezzo. Cambio di mood per la canzone successiva, "Wicked Man", allegra e ritmata nenìa che ricorda un po' i trascorsi rock di Harper. Ancora un'inversione di rotta: "Where Could I Go" è un episodio da luci soffuse, una ballad strappalacrime che sembra uscita dal songbook anni 60 dei maestri R&B del genere, Otis Redding in testa. Dopo tanta dolcezza, si torna subito on the road: "Church House Steps" è un up-tempo rock teso e affilato, dalle polverose ambientazioni notturne. I Blind Boys giganteggiano nelle parti vocali "ausiliarie", risultando in chiusura i reali protagonisti. "Well, Well, Well" è una cover (minore) a firma Bob Dylan/ Danny O'Keefe: Ben a questo punto ci ha già deliziati con l'intro strumentale "11th Commandment", mettendo in luce una volta di più il suo talento con la slide guitar. La cover dylaniana tratteggia a tinte fosche una storia già di per sé piuttosto cupa, mentre i ragazzi dell'Alabama intrecciano le loro voci con Harper: il risultato è puro gospel, blues che sgorga dalla terra e ammonisce i peccatori. Tra i tanti colori complementari presenti in "There Will Be A Light" c'è spazio anche per "Picture Of Jesus": un gustoso numero di gospel-pop. Medesimo copione anche per il traditional country "Satisfied Mind": quando prende la parola uno dei Blind Boys poi, la sala registrazione sembra rimpicciolire per far spazio a lui soltanto. Con "Mother Pray" siamo in territori prettamente gospel. Il traditional è eseguito in cappella, senza alcun orpello aggiunto: tre minuti da brividi. La title track procede con fare malinconico e assorto, sciorinando un pop "natalizio". La chiusura è affidata al movimentato gospel "Church On Time", una vera festa di hammond e cori che si rincorrono e gioiosa ilarità. Una cura anti-tristezza che fa venir voglia di cantare.
Giunto al sesto disco in studio il cantante e polistrumentista di Claremont pubblica, dopo un lavoro di soli tre mesi, Both Sides Of The Gun.
Il disco si presenta come un doppio cd ma in realtà si tratta solo di un’ora e spiccioli di musica: la divisione è più voluta che necessaria, Harper infatti ha voluto scindere il disco in due parti, una più romantica e spirituale, fatta di ballate, e una più aggressiva. Il risultato, come facilmente prevedibile, è contrastante, e già da un primo rapido ascolto il primo disco appare molto più debole rispetto all’altra metà del progetto; se canzoni come “Lonely Day” o “Waiting For An Angel” sui primi album risultavano efficaci, inserite com’erano in un contesto più variegato, il susseguirsi delle nove ballate risulta di una piattezza abbastanza evidente. Anche a un ascolto ripetuto e attento si fatica a distinguere nettamente le canzoni e, anche se alcune sono buone (come “More Than Sorry” e “Cryin’ Won’t Help You Now”), perdono comunque valore in un contesto generale monotono.
È di gran lunga meglio la seconda parte, quando Harper mette nell’armadio viole, violini e violoncelli e alza il ritmo insieme alla sua band: che si tratti di funk (la title track), di rock con chiara ispirazione stonesiana (“Engraved Invitation” e “Get It Like You Like It”), o di country-folk con venature gospel (“Gather ‘Round The Stone”), il californiano dimostra di avere mestiere e di saper creare canzoni che, pur non essendo pietre miliari, si dimostrano efficacissime e trascinanti. “Black Rain”, in cui Harper richiama gli archi a imbastire trame da blaxpoitation in rabbioso funk anti-Bush, è sicuramente la punta di diamante dell’album ma si fa apprezzare molto anche la divagazione semi-jazz di “The Way That You Found Me”.
Nel complesso un disco non disprezzabile ma che, con una scelta “strutturale” diversa, che avesse eliminato il surplus, sarebbe stato ben più incisivo.
Lifeline (2007), terza prova con gli Innocent Criminals, è però un nuovo passo falso. Si fanno notare positivamente il rock intriso di r’n’b di “Say You Will”, lo strumentale per weissenborn di “Paris Sunset # 7” o il rock di “Put It On Me”, che ricorda lo Springsteen degli esordi.
Si salvano pure la soul-rock ballad “Needed You Tonight”, potente e suadente in egual dose, o la malinconica title track, tinta da impalpabili pizzicate di chitarra acustica e slide, ma “Lifeline” finisce qui. Perché il resto è costituito da ballate trite e ritrite, un po’ country–rock (“Fool For A Lonesome Train”), spesso repliche di un Harper-style già sentito tante volte (“In The Colours”, “Fight Outta You”) o irrimediabilmente banali (“Having Wings”) e noiose (“Younger Than Today”).
Il nuovo Ben Harper è rilassato, è quello che fa surf con Jack Johnson, niente più strade polverose, niente più mamme con amanti lesbiche, meno potere al gospel e meno miglia da marciare per non bruciare ancora. Del fuoco che allora ardeva di rabbia dentro il californiano forse è rimasto solo quello presso cui ci si raduna in circolo sulla spiaggia con la chitarra e gli amici; giusto per la pace interiore, certo, ma l’ispirazione di una volta non c’è più.
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